lunedì 21 maggio 2018

L'Uomo dietro il mostro 5 di E. Oltremari

Sabato 06 Giugno 1981 - Loc. Mosciano, Scandicci.

"Come il lettore potrà - spero - apprezzare, da oggi i brani de L'Uomo dietro il mostro verranno corredati da disegni da me realizzati ritraenti, nel modo più fedele possibile, la scena del crimine. Tale scelta, seppur combattuta, è dovuta alla necessità di dirimere i dubbi -che spesso leggo come causati dalla mancanza di materiale fotografico - sulla dinamica, sul ritrovamento dei corpi e più in generale sulla scena del crimine. Spero in cuor mio che, per il rispetto necessario e indiscutibile che meritano i soggetti ritratti, che tali figure vengano utilizzate al solo scopo di ausilio alla lettura ed alla comprensione. Pertanto - certo comunque di vostra lealtà e collaborazione - mi trovo costretto a vietarne la diffusione, riproduzione e divulgazione senza il consenso del sottoscritto rivendicandone la proprietà intellettuale.
Nella speranza di aver fatto cosa gradita, vi ringrazio e vi auguro buona lettura."
E.O.

Sullo spazio che forma l’angolo fra due strade sterrate a lato di Via dell’Arrigo si trova la Fiat Ritmo 60, di color rame, della vittima maschile. L’automobile è parcheggiata leggermente in obliquo, poco distante da un cipresso e dal ciglio della stradina sterrata. Ha gli sportelli chiusi, con quelli posteriori a sicura inserita. Il cristallo dello sportello anteriore sinistro è in frantumi. Vicino a questa, sono rinvenuti 4 bossoli cal. 22 (a 90 cm, 75cm ed 80 cm dalla ruota posteriore sinistra). Sempre sul lato sinistro della vettura, si trova una borsetta da donna in paglia a bordi metallici, una carta d’identità, un mazzo di chiavi, due biglietti A.T.A.F. ed alcuni oggetti per il trucco come un rossetto ed un pettine.
Il sedile anteriore destro ha la spalliera reclinata all’indietro. Sopra il cruscotto si rinvengono un fazzoletto di stoffa ed un pacchetto di fazzoletti di carta. Nel porta oggetti, troviamo invece un mazzo di chiavi, alcune monete ed una cartuccia di fucile cal. 12;  sul tappetino anteriore destro, una bustina vuota per profilattici marca “Durex supersensital”; lo specchietto retrovisore è inclinato a sinistra; nello spazio tra la pedaliera ed il sedile, un paio di scarpe da uomo marroni ed una bianca da donna; sul sedile posteriore due maglie ed una coperta; all’interno del bagagliaio, due racchette da tennis ed un coltello “machete” ancora riposto nella custodia.

All’interno della vettura, sul pannello dello sportello anteriore destro (cm. 35 dal bordo destro e 19 cm da quello superiore) è presente una soluzione di continuo a forma ellissoidale ci circa 2 cm, mentre sotto di questo si osservano tracce ematiche di forma circolare e lineare. Sul sedile anteriore destro, nella parte superiore si trova un’altra larga chiazza di sangue coagulato, che interessa sia il coprisedile che il bordo in pelle sul quale si evidenzia sia un piccolo foro che alcuni capelli attaccati alla traccia ematica. Sempre sulle stesso sedile, più in basso, e sulla stessa spalliera destra sono presenti due fori, uno di entrata ed uno di uscita per un traiettoria che per il tramite di questa si esaurirà sul montante dello sportello anteriore destro.
Sul sedile posteriore si rinviene un bossolo cal. 22, come altro - uguale - viene ritrovato sul tappetino posteriore destro. Sotto di questo, vengono repertati un altro bossolo ed un proiettile cal. 22 deformato. Uno della stessa indole verrà infine estratto dal foro presente, in alto, sulla spalliera anteriore destra.
Si trovano infine macchie di sangue, a spruzzo, con rivoli discendenti sulla manovella di apertura del finestrino anteriore destro i quali, seguendo una linea di gravità, formano una macchia di sangue raggrumato sul terreno sottostante.

Sul sedile del guidatore, giace il corpo del ragazzo. Poggia con la regione temporale destra sul bordo superiore sinistro della spalliera, ha la bocca leggermente aperta mentre gli occhi guardano verso il sedile del passeggero. Il braccio destro è disteso e la mano tocca leggermente sulla leva del freno a mano, quello sinistro poggia con il palmo della mano il sedile.  Il bacino aderisce allo spigolo anteriore destro del sedile e le gambe, unite e distese, poggiano coi talloni sul tappetino anteriore destro, quindi dove era seduta la fidanzata.
Il ragazzo indossa una camicia di colore chiaro, per lo più abbottonata (risultano sbottonati solo gli ultimi bottoni in basso); slip blu a righe bianche (dal quale fuoriesce una porzione del glande); un paio di jeans infilati solo alla coscia destra fino all’inguine ed un paio di calzini chiari; una catenina al collo in metallo bianco ed al polso un orologio.
È stato attinto sia da colpi di arma da fuoco che da fendenti d’arma bianca.
Quest’ultimi sono stati vibrati sul corpo del ragazzo in limine vitae (risultando difatti poco infiltrate, evidenza quest’ultima - seppur approssimativa - di un indice di vitalità al momento in cui sono state inferte) e lo hanno colpito due volte alla regione antera-laterale sinistra del collo ed a pochi centimetri l’una dall’altra ed entrambe con angolo acuto superiore. Una terza ferita da punta e da taglio - non infiltrata - è invece localizzata all’emitorace sinistro al di sopra del capezzolo e, con profondità di circa 5 cm, attraversa il lobo inferiore del polmone, il diaframma, terminando nel parenchima splenico.
Questi invece i colpi d’arma da fuoco rinvenuti sul corpo della vittima maschile:
-    in regione pettorale sinistra un foro di ingresso con proiettile ritenuto nel corpo dell’ottava vertebra dorsale. Si sottolinea che la camicia indossata dal ragazzo presenta segni di affumicatura in prossimità del foro tanto da far propendere per un colpo esploso ad una distanza non superiore ai 20 cm;
-    un foro di ingresso in regione nucale sinistra con proiettile ritenuto nei tessuti molli nucali;
-   poco distante dal precedente, altro foro d’ingresso anche qui con proiettile ritenuto a livello encefalico.
Per ultimo, si segnalano, sempre in regione nucale, numerose escoriazioni.

A circa 13 mt dalla vettura, al di sotto (1,5 mt) della strada principale viene ritrovato il corpo della vittima femminile. È distesa supina; la testa, reclinata verso sinistra, guarda leggermente in direzione opposta, gli occhi sono aperti mentre le labbra stringono parte della colonnina che indossa al collo; il braccio destro è disteso e ruotato verso l’esterno mentre il sinistro aderisce al corpo; gli arti inferiori sono in direzione di via dell’Arrigo, il destro disteso mentre il sinistro ha la coscia piegata in avanti (e verso l’esterno) mentre la tibia verso l’interno.
La ragazza porta due collane, un bracciale di metallo giallo al polso e tre anelli all’indice; indossa una camicia chiara e strappata ove sulla parte anteriore si evidenziano tracce ematiche; un paio di jeans tagliati all’altezza del cavallo fino alla cintura, tanto da lasciar vedere la parte anteriore delle cosce e la zona pubica; un paio di slip azzurri strappati (sic) nella parte laterale sinistra.
Come per il fidanzato, l’assassino ha agito nei confronti della ragazza sia con la pistola che con l’arma  bianca.
Circa i colpi di arma da fuoco questi possono essere così riassunti:
-    un colpo d’arma da fuoco ha interessato la regione del mento producendo un’area ecchimotica escoriata;
-    un altro colpo ha interessato la regione laterale sinistra del collo, con foro di entrata sul lato sinistro e di uscita sul lato destro dopo aver attraversato la seconda vertebra;
-    altro colpo di arma da fuoco all’avambraccio sinistro, trapassante, con direzione latero-mediale;
-    colpo d’arma da fuoco all’avambraccio destro, entrato a livello della regione laterale e fuoriuscito alla base della mano destra, lato palmare;
-    ultimo colpo al dorso, zona sottoscapolare sinistra, trapassante polmone sinistro, cuore e polmone destro con proiettile ritenuto in zona mammaria destra. Anche qui, come per il fidanzato - seppur in modo meno evidente - è presente il segno di affumicatura, c.d. tatuaggio, intorno alla ferita. Segno, quest’ultimo, che l’omicida ha sparato da distanza ravvicinata.
Presenta inoltra una piccolissima escoriazione all’altezza del seno sinistro ed altri evidenti escoriazioni in zona dorsale-scapolare.
Per la prima volta, nei delitti del Mostro di Firenze, l’omicida asporterà la ragione pubica per un’ampia zona ovlare con asse longitudinale di 16 cm e trasversale di 10 cm. I margini appaiono molto netti, non infiltrati, con una sola incisura a lembo dalle ore 10 con lievi irregolarità solo nel tratto compreso tra le ore 6 e le ore 7. La lesione ha una profondità di circa 5 cm con fondo modicamente regolare. In conclusione risultano asportati la cute ed i peli della regione pubica fino alle grandi labbra, risparmiate in larga misura.

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Questo duplice omicidio presenta alcune peculiarità degne di nota e di indubbio interesse ai fini della nostra disanima.

Prima fra queste è l’evoluzione del modus operandi rispetto all’omicidio di Rabatta di 7 anni prima.
In questo ultimo delitto l’omicida riversa i colpi sui giovani riuscendo ad arrivare molto vicino ai due ragazzi, intenti, questa volta, ad amoreggiare tra loro. Particolare quest’ultimo, desumibile dallo stato di svestizione della coppia. Soprattutto in base alla nudità della vittima di sesso maschile possiamo presupporre, lecitamente, che questo avesse steso le gambe sul poggiando i piedi sul tappetino del lato passeggero e che si trovasse col busto e la fronte rivolte verso la compagna. Il tutto, in pieno stato eccitativo come la porzione di glande, fuoriuscente dalle mutande, e bloccato dall’elastico di queste, farebbe ipotizzare. I colpi vengono esplosi, come accennavamo, ad estrema vicinanza denotando in tal senso una certa abilità dello sparatore quantomeno a giungere in prossimità del finestrino di guida senza essere scoperto dalla coppia, tanto che questa rivolge la nuca all’omicida. Su questo punto, sarebbe irrispettoso tralasciare quanto è stato detto sul tema dall’ottimo Avv. Filastò circa la possibilità che l’assalitore palesasse alle vittime una propria condizione travisata (l’uomo in divisa) in modo da far abbassare loro la guardia ed indurli ad una (ri)vestizione o a cercare i documenti nella borsa o pantaloni. In ogni caso l’omicida impiega la sua abilità per giungere vicino alla coppia tanto da potersi soffermare su cosa loro stessero facendo ed osservare la situazione che andava cercando. Al contrario, dovremo pensare ad un soggetto che aggredisce ciecamente sparando contro un auto senza prima aver visto chi vi fosse all’interno e cosa stesse facendo. Eventualità quest’ultima difficilmente compatibile con l’azione di mirare in zone vitali quali appunto la testa del primo soggetto bersaglio dei suoi spari, in questo caso la vittima maschile. Quest’ultima viene difatti attinta alla nuca, rivolta verso gli spari, così da far presupporre un’azione a sorpresa da parte dell’omicida ed una piena mancanza di reazione da parte della vittima. Diversamente, potremo dire circa la vittima femminile la quale dopo i primi colpi verso il proprio fidanzato, che le sta accanto, tenta una difesa estrema - ed inutile - cercando di parare i colpi con gli avambracci a scudo e ad ultimo, voltandosi verso il proprio sportello e rivolgendo allo sparatore quel dorso che verrà attinto da quel colpo che le trapasserà il cuore. Colpo, questo che dovrà essere stato sparato presumibilmente a distanza molto ravvicinata - in tal senso depone il segno di affumicatura dei vestiti intorno al foro d’ingresso - e quindi con l’omicida che, a finestrino ormai esploso aveva immesso la mano e l’arma fin dentro l’abitacolo.
Questo attacco si presenta come più ordinato, preciso e calcolato rispetto a quanto l’omicida aveva fatto sette anni prima a Rabatta.
Innanzitutto attende una condizione di favore data dalla distrazione delle vittime alle quali si avvicina e verso cui mira i colpi in zone vitali, soprattutto per quanto riguarda il soggetto più pericoloso della coppia, ovvero l’uomo. Si pensi che viene colpito alla nuca, quindi profittando di un suo sguardo o della sua attenzione volta verso la fidanzata.
Rivolge poi l’arma verso la donna sparando nell’immediatezza considerato il suo eventuale moto di fuga tardivo ed il tentativo di parare i colpi con le braccia. Diversamente, dovremo ipotizzare un omicida che, per sadismo, giochi con le (future) vittime lasciandole in un limbo d’attesa tra l’arma rivolta verso di loro ed il momento degli spari. Circostanza che ad avviso di chi scrive stride con i colpi poi inferti dall’omicida, diretti all’eliminazione delle vittime, e non ad un prolungamento della vita stessa quanto più ad una più celere privazione di questa.
Diversamente da quanto accaduto nel 1974 l’omicida qui, più che dimostrare una miglioria della sua perizia di mira, modifica il suo modus operandi giungendo più in prossimità delle vittime, fino quasi a toccare con l’arma il corpo dei ragazzi. La vicinanza gli permette di semplificare l’esecuzione dei colpi in zone vitali (nuca, cuore) più agevoli da raggiungere a bersaglio fermo e da brevissima distanza. Sul tema si è spesso supposto di un’abilità sparatoria dell’omicida migliorata nel corso dei delitti come frutto, magari, di un suo esercizio ai poligoni di tiro. A ben vedere, però, l’esercizio al poligono non sembra così idoneo a incrementare l’abilità dello sparatore dato che il bersaglio al poligono certo non si trova a pochi centimetri di distanza, ma ad una distanza diversa. Difatti, nel caso in cui l’omicida avesse voluto dar senso ai suoi allenamenti, sarebbe riuscito a colpire i ragazzi da distanza maggiore, evitando quindi il rischio di essere scoperto giungendo in prossimità di questi o che i ragazzi si accorgessero di qualcosa. Diversamente, con l’aumentare del tempo utile ad un esercizio per l’assassino, minore diventa la distanza tra lui ed i suoi bersagli.  Diventa lecito pensare quindi che proprio la sua volontà mortifera si traduca non in un incremento della mira, quanto del raggiungimento della vicinanza tra i corpi, così da ridurre la distanza fra sé ed le sue future vittime.
Azione, questa, che deporrebbe per una precisa e primaria volontà di privazione della vita da parte dell’assassino che, almeno questa volta - magari memore delle difficoltà riscontrate sette atti prima - raggiunge una posizione tale da poter sparare a circa 20-30 cm dal suo obiettivo, senza aprire lo sportello ma parandosi dietro il finestrino, ponendo quindi una barriera tra sé e le vittime. Condizione che, paradossalmente, seppure di maggior favore non avrebbe adoperato neanche al suo primo (forse) delitto, ovvero quello dell’Agosto 1968, dove, ben 13 anni più giovane rispetto ad ora, aveva ucciso una coppia senza anteporre tra sé ed i bersagli alcun elemento ostativo magari utile, al tempo, per placare una paura, una incertezza o una inesperienza coerente con questa su prima volta.
In tal senso, quindi l’assassino indirizza il suo assalto verso non tanto un effetto sorpresa irruento, quanto più un azione silente sia di appostamento che di aggressione. Evidenza, questa, che potrà rinvenirsi anche nei delitti successivi (quantomeno per quello dell’Ottobre successivo) ove l’omicida assiste alla scena, non in senso voyeristico, ma solo utilitaristico al fine di poter colpire la coppia nella condizione di miglior favore. Ed è la condizione, ovvero il momento in cui si trova la coppia, che spinge l’omicida a colpire.
Nel delitto in esame, l’assassino agisce sistematicamente sia dal punto di vista dell’aggressione, sia quando decide di portare la vittima femminile lontano dalla vettura ed in luogo difficilmente visibile dalla strada principale, ovvero in un campo sottostante questa. Immaginandoci la scena - cioè di uomo che di notte solleva di peso il corpo di una ragazza e con questa in braccio percorre una decina di metri per poi discendere da lato strada - potrebbero presentarsi due considerazioni: 1) la prima è che tutta la dinamica acquista ancor più visibilità se si considera che l’omicida è costretto ad attraversare la strada con la ragazza fra le braccia aumentando considerevolmente le possibilità di essere visto (e forse, come sappiamo, qualcuno può aver visto); 2) la seconda è che quanto scritto nel punto precedente sconfessa un altro elemento comune, spesso gridato ed ormai facente parte dell’immaginario coriaceo e collettivo, cioè che il Mostro tocca i corpi femminili, non denotando alcuna paura di questi.
L’attività lesiva dell’arma bianca, con i fendenti post mortem e poi, questa volta, l’escissione viene sì attuata con la recisione degli indumenti intimi con la lama del coltello, però questa avviene quando l’omicida ha già posato il cadavere della ragazza a terra, si china su di questa, accende la torcia (sia questa una frontale o una “a terra” ), e lì decide di utilizzare la lama del coltello per ampliare la zona che voleva tagliare. Potrebbe quindi essere questa una condizione di agevolazione per l’omicida, cioè usare la lama che comunque sapeva utilizzare, rispetto a sfilare dei jeans ad una ragazza, cosa che avrebbe comportato una impossibilità di divaricazione delle gambe di questa perché, come sappiamo, avrebbe dovuto calare i pantaloni della giovane quantomeno fino all’altezza della tibia, perché fino a sopra il ginocchio, l’effetto sarebbe stato “fasciante”. L’omicida, quindi, semplifica l’operazione recidendo i pantaloni all’altezza del cavallo, scoperchiando la zona pubica eludendo così il fastidio dei jeans calati e sfilati e compie così la solita operazione con le mutandine della ragazza sia per comodità, avendo comunque già la lama in mano, sia per le medesime considerazioni poste per i pantaloni. Le foto, in tal senso, seppur non condivisibili - fortunatamente - in tale sede, risultano utili a comprendere questo punto. La ragazza, indossante dei jeans presenta le gambe divaricate e poste, dall’omicida, nel modo più consono alla realizzazione dell’escissione. I pantaloni solamente calati non sarebbero riusciti a scoprire la stessa area e con lo stesso arco di apertura delle gambe così da rendere necessario un abbassamento di questi fin sotto le ginocchia. Che poi tale impedimento sia stato eluso grazie all’arma bianca - la cui scelta rappresenta quindi più pratica che psicologica - per chi scrive rappresenta una eventualità ben più plausibile rispetto ad un millantato timore a toccare il corpo della donna con le proprie mani quando questo viene  invece trascinato, preso in braccio e spostato dall’omicida.
Abbiamo prima accennato all’accensione di una lampada o di una marcia per eseguire le operazioni di escissione della zona pubica. A tal riguardo preme sottolineare come l’ausilio di una sorgente di luce, capace di non essere presa in mano ma poggiata a terra, risulti altamente probabile ai fini della ricostruzione della dinamica omicidiaria. Si potrebbe, pertanto, ipotizzare - come già è stato correttamente fatto da altri autori - l’ausilio di una lampada frontale, o di una piantana da terra, di quelle simili alle lanterne ma con base quadrangolare e lente circolare, stabili, passibili di essere poggiate a terra senza rischiare un loro sbilanciamento.
Sempre a tal riguardo, risulta necessario soffermarci sull’abilità dell’omicida nell’utilizzo dell’arma bianca rispetto a quella di sparatore. Già abbiamo detto di un omicida che si dimostra uno sparatore non certo eccellente, ma lo stesso non potremo dire per la sua manualità con l’arma bianca. Per i dati in nostro possesso sappiamo che nel considerare i delitti commessi dall’omicida nel conto di 8 duplici omicidi, in almeno 7 di questi (escludiamo il ’68) l’omicida aveva con sé l’arma. Certo, nei delitti del Giugno ’82 e Settembre ’83 non ne fa uso, ma una volta che l’aveva usato gli anni precedenti - e come sappiamo anche in quelli successivi - risulta improbabile che non se la fosse portata dietro per questi due. Mentre, quindi, si è soliti dire che l’arma principale sia la pistola e quella accessoria il pugnale, potremo ritenere corretta tale affermazione se considerassimo l’accezione principale/accessorio a livello funzionale. La prima serve per ottenere la morte, la seconda per poter eseguire azioni post mortem sul corpo delle vittime. A ben vedere però - forti anche di quanto detto prima circa l’interesse dell’omicida di raggiungere immediatamente la morte della coppia - volessimo dare una sfumatura diversa a tali accezioni, l’arma principale, in quanto di maggior dimestichezza per l’assassino e per il significato che per lui quei corpi rappresentano, sembrerebbe rappresentata dall’arma bianca. La pistola, come mero mezzo mortifero si presenta quindi come strumentale ed accessoria alla realizzazione di quella situazione richiesta dall’omicida per l’esecuzione di quella attività post mortem, sia essa costituita da colpi inferti post mortem, escissioni o anche - ma di questo ultima possibilità parleremo poi - niente.
L’assassino è sicuro nell’uso della lama, riesce a padroneggiarla e calibrarla a seconda del fine richiesto. La usa con violenza per uccidere, con delicatezza per saggiare, con determinazione per ledere e buona precisione e sicurezza nel recidere. Da prova di tali abilità già dall’utilizzo che fa di questa per recidere, qui, gli indumenti della vittima femminile. L’omicida si crea la condizione migliore per eseguire l’escissione adoperando l’arma sugli indumenti della vittima femminile (jeans e mutandine) senza lasciare tracce sulla pelle della ragazza. Ora, i pantaloni indossati dalla ragazza non erano certo degli skinnyjeans tali da essere totalmente aderenti al corpo ma comunque abbastanza da dover necessitare una certa abilità con la lama difficilmente attribuibile ad un profano della materia. Considerazione che potrebbe farsi anche per le stesse mutandine, non più strappate, ma recise con la stessa lama impugnata dall’omicida. Concludendo, per ora, sul tema, non possiamo certo non considerare tale manualità come improvvisata. Dovremo, quindi, iniziare ad ipotizzare tra le quotidiane - o quantomeno seriali - attività dell’omicida l’uso di una lama o quantomeno un’educazione che abbia implicato l’apprendimento di questa, di più difficoltoso utilizzo rispetto all’arma da sparo.

L’aspetto psicologico, invece, potrebbe più essere sottolineato in altre peculiarità dell’azione post-omicidiaria, come il perché l’assassino scelga il solo pube e non si addentri in zone che già sette anni prima aveva interessato, come i seni o il ventre; o quale fosse l’area di interesse dell’escissione; o perché l’omicida riversi i due fendenti post mortem anche alla vittima maschile.
In quest’ottica vediamo che l’assassino, una volta esplosi i colpi e presumibilmente (dato il grado infiltrazione delle ferite) prima di compiere l’escissione sulla ragazza, infligge 3 fendenti all’uomo ormai esanime sul sedile. E’ un’azione, questa, che già aveva compiuto sette anni prima a Rabatta sul corpo del ragazzo, ma in zona emitoracica. E’ un’azione questa che potrebbe suggerire diverse interpretazioni: la prima è da ricondursi ad una volontà di accertamento della morte dei soggetti uomini, colpiti in zona  - come in questo caso - vitale, come il collo; la seconda di una ulteriore violenza nei confronti dell’uomo che prima giaceva vicino alla donna forse punitiva o comunque spregiativa del cadavere. A pervenire ad una plausibile ipotesi potrebbe aiutarci l’insieme dei colpi post mortem inferti alle vittime maschili  (Breve anticipazione su quanto verrà poi riferito più avanti.) ove è possibile vedere che non si concentrano nei soli punti vitali, ma che nei delitti successivi al Giugno 1981, ampliano il loro raggio d’azione fino a giungere ad aree limitrofe (esemplificativo il caso del duplice omicidio del Luglio ’84) all’inguine maschile. Verrebbe quindi meno l’ipotesi di colpi inferti per assicurarsi la morte del soggetto maschile, prendendo campo quelle stesse ipotesi che potranno, come vedremo, essere avanzate per le attività post mortem sul corpo della donna.
C’è dell’altro oltre la morte. C’è ben altro oltre l’omicidio.
Segue...

giovedì 17 maggio 2018

Sulle orme del mostro

Autore: Luca Giaggiolo
Prima edizione: 2018, 228pp, Altromondo editore

Presentazione: "Toscana. Costa degli Etruschi. L’ispettore Vincenzo Sanfilippo si trova ad indagare su alcuni reati di molestie sessuali compiute da un presunto maniaco ai danni di giovani coppiette. La sua inchiesta comincia nel 2011 quando il signor Paolo Guidi, proprietario di un ristorante di Rimigliano, si presenta spontaneamente al suo commissariato e racconta una serie di fatti inquietanti accaduti sedici anni prima in un albergo di Marina dei Marmi. Grazie alle numerose informazioni raccolte l’ispettore riesce a stabilire un rapporto tra un ex cliente dell’albergo e il caso del Mostro di Firenze. Quindi, mosso dalla convinzione di essere sulla pista giusta, egli comincia ad analizzare le otto scene del crimine legate al serial killer e a studiare i vari procedimenti penali relativi ai noti fatti di cronaca. Alla fine, dopo una lunga ricerca, egli giunge ad una scioccante conclusione…"

Disponibile al link che segue:
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lunedì 14 maggio 2018

Al di là di ogni ragionevole buon senso - Cinque

Segue da Adorbs quattro

24 ottobre
A Perugia, fu ascoltato dal PM, Giuseppe Trovati, titolare della darsena sul lago Trasimeno, presso cui era ricoverata l’imbarcazione di Francesco Narducci. Riferì aver ricevuto, intorno alle 14:00 dell’8 ottobre 1985, una telefonata del medico, in cui lo avvisava di preparare il suo Grifo Plaster. Il gastroenterologo giunse intorno alle 15:00/15:30 con la sua moto Honda e recuperata l’imbarcazione si diresse verso l’Isola Polvese.
Alle 19:30, notando il mancato rientro del medico, Giuseppe Trovati pensò di chiamare a casa dei genitori, dove Pierluca Narducci, il fratello, gli disse che lo avrebbe raggiunto al più presto.
A seguire quanto a verbale: ”Verso le ore 21,30/22,00 arrivò il fratello del dr Narducci, dr Pierluca, insieme al dr. Ceccarelli, oltre ad altre due persone, fra cui il cognato. Uscirono con il motoscafo a cercare il Dr. Francesco; ricordo che non c'era la luna piena e quindi era buio. (..) Dopo avere chiamato i familiari, feci un giro con il motoscafo intorno all'Isola Polvese e non vidi il motoscafo del dr. Narducci, dove poi è stato ritrovato, e cioè nel canneto dell'isola Polvese. Quando il motoscafo fu ritrovato, credo che fosse a circa venti metri dall'isola stessa. Dopo aver fatto il giro dell'isola, tornai alla darsena e vidi che i familiari erano già arrivati. Escludo di avere chiamato i Carabinieri e ricordo che c'erano i mezzi della provincia ma non mi pare che vi fosse la motovedetta dei Carabinieri, se ben ricordo. Il motoscafo con cui avevo fatto il giro dell'isola aveva un faretto non molto potente e le canne in mezzo a cui fu ritrovata l'imbarcazione erano abbastanza alte. Comunque quando tornai alla darsena, i soccorsi erano già stati organizzati dalla Provincia e noi fummo dotati di baracchino con cui comunicavamo a distanza.  Io fui mandato verso l'Isola Maggiore, dove verso le ore 00,30 mi fu data la notizia che era stata rinvenuta la barca presso l'Isola Polvese. (…)
Preciso che il dr. Francesco Narducci era un nuotatore provetto, che già conosceva il surf quando ancora nessuno lo conosceva; faceva anche lo sci d'acqua. (…) Posso dire che il dr. Francesco Narducci era in grado di effettuare lunghe nuotate ed era molto pratico dell'acqua e del lago in particolare.
(…)Ricordo anche che si parlava di una chiromante o di un mago o stregone che aveva invitato il padre a cercare il figlio intorno all'isola Polvese e soprattutto nella zona limitrofa alla casa del guardiano; questi particolari li percepii dai discorsi che facevano i familiari tra di loro. Le indicazioni che davano queste persone erano sempre comunque diverse.
(…)Quando il cadavere fu portato a terra lo vidi e mi pare che avesse le mani lasciate lungo i fianchi, leggermente spostate verso l'inguine; si vedeva il giubbotto contro cui premeva l'addome rigonfio. Vidi il cadavere quasi nero in volto che cominciava a scurirsi; fui chiamato per il riconoscimento e dissi che si trattava del dr Narducci. Il volto era normale e cominciava a scurirsi, io comunque lo vidi da circa due o tre metri.”


Lo stesso giorno fu sentito anche Ugo Baiocco, il pescatore della Cooperativa “Alba” che il 13 ottobre, intorno alle ore 07:00, rinvenne il corpo attribuito al dr Francesco Narducci. Riferì trovarsi al lago, quella mattina, con suo cognato, Arnaldo Budelli, di essersi diretti con la barca verso “l'Arginone”, con l'intenzione di porre le reti. Il verbale riporta: “Ricordo perfettamente che quel giorno vi erano molte alghe che affioravano dall'acqua e vi era vento da ponente; io dissi a mio cognato, guardando quel cumulo di alghe, "ma non sarà mica il professore quello?" E quando ci avvicinammo, rallentando con il motoscafo, vidi il carpo di un uomo sfigurato, a pancia all'aria, vestito con cravatta, camicia e mi pare un giacchetto, calzoni e scarpe, con il volto tumefatto, nero e gonfio, e non si vedevano nemmeno gli occhi.
Ricordo che la testa era rivolta verso Castiglion del Lago, a favore di vento, ricordo anche che sulla testa vi erano molte alghe che formavano come una specie di capannelli in cui era immerso il corpo. Aveva il braccio sinistro poggiato sullo stomaco e il braccio destro lungo il corpo; appena lo vidi svenni e mi ripresi dopo pochi minuti. Ricordo che in quei giorni il vento era di ponente un po' sostenuto, in sostanza veniva da Castiglion del Lago ed andava verso S. Arcangelo; ricordo anche che la mano sinistra, quella poggiata sullo stomaco era particolarmente gonfia, deforme e scura, mentre l'altra mano era sotto acqua. Dopo quel fatto facemmo chiamare i Carabinieri di Castiglion del lago che hanno portato il cadavere al molo, dove è arrivato il Procuratore.  Ricordo che quando il cadavere fu poggiato nel motoscafo dai Carabinieri, si apri un qualcosa nel corpo del morto, non so se dal ventre o dalla bocca, e vi fu una puzza indescrivibile, tanto che i Carabinieri dovettero mettersi una garza alla bocca ed al naso.”


Infine fu ascoltata la Dr.ssa Daniela Seppoloni, che nell’ottobre ’85 era medico strutturato presso la U.S.L. del Trasimeno; questa riferì aver conosciuto il dr Narducci mentre partecipava al tirocinio di medicina interna. Il 13 ottobre, nel primo pomeriggio, fu chiamata dal centralinista dell'ospedale di Castiglion del Lago, presumibilmente intorno alle ore 14,30/15,00, le fu chiesto di portarsi sul molo di S. Arcangelo poiché era stato rinvenuto un cadavere nel lago. Giunta in loco rimase impressionata dall’ampio dispiegamento di forze dell’ordine e vigili del fuoco, notò altresì la presenza del dr Pierluca Narducci e dei dott.ri Farroni, e Morelli, colleghi di Francesco Narducci.
Le venne incontro il dr Trippetti che però non disponeva dell’abilitazione di medico necroscopo per cui fu lei a redigere il certificato di morte.
Il verbale del 24 ottobre riporta: "(Il cadavere) …era sdraiato in posizione supina sul molo, nelle vicinanze delle scalette ed era vestito interamente; mi pare che portava le scarpe, una camicia e, se ricordo bene, un giubbotto sopra la camicia. Mi sembrava che fosse vestito normalmente. Il cadavere del Narducci si presentava gonfio, edematoso e di un colore violaceo, aveva un notevole gonfiore al viso alle braccia e all’addome.
Domanda: aveva segni di vegetazione lacustre o lacci addosso?
No, non ricordo per quanto riguarda la vegetazione ma lacci sicuramente non ne aveva. 
Domanda: la visita fu effettuata tutta all'esterno o il cadavere fu portato in qualche luogo chiuso?
Io dovevo fare solo una constatazione di morte e redigere il conseguente verbale; ricordo che la visita si svolse sul molo, dove avevo visto per la prima volta il cadavere. Il cadavere non fu spogliato perché non serviva ai fini della constatazione di morte.
Ricordo che sia il fratello, che il Dr. Morelli ed il Dr. Farroni, mi giravano continuamente intorno e questo mi dava piuttosto fastidio, tant’è che chiesi ai Vigili di tenermi lontano queste persone, fra cui vi erano anche i giornalisti con macchine fotografiche. Ricordo che ad un certo punto sopraggiunse una Autorità, non so se della Questura o della Procura, che mi chiese di fare una ispezione cadaverica; intorno a me c’erano i Carabinieri credo della Stazione di Magione. Questa Autorità che era intervenuta, era di corporatura robusta, con una divisa scura con dei gradi sulle spalle e qualcosa anche sulle maniche. Preciso che ciò avvenne quando stavo cercando di redigere il certificato di morte e cercavo un posto di appoggio dove scrivere con calma, non pressata dalla gente e non disturbata dal forte vento. Ricordo in particolare che la folla, all’arrivo dello sconosciuto, faceva ala a questa persona, circondata dai Carabinieri.
Domanda: Lei di solito faceva le ispezioni o si limitava a redigere i certificati di morte?
Io di solito redigevo solo i certificati di morte perché non avevo la competenza professionale per effettuare le ispezioni cadaveriche. Questa persona comunque mi chiese di fare quest'ispezione ed io dissi che non ero in condizioni di poterla fare sul molo e quindi il cadavere doveva essere trasportato nella camera mortuaria dell'ospedale di Castiglion del Lago, che era la più vicina. Qui iniziarono purtroppo delle insistenze e delle pressioni per fare immediatamente l'ispezione sul posto poiché si trattava di un caso urgente, vi erano i familiari affranti e comunque non si poteva attendere il trasporto alla camera mortuaria. Vi fu un minimo di contraddittorio, perché, io insistevo ad avere un ambiente adeguato che non ottenni perché mi si ribadì la necessità e l’urgenza di effettuare l’ispezione, senza sapere se questo fosse disposto dall'Autorità Giudiziaria; quindi mi rimboccai le maniche e grazie all'ausilio dei Vigili del fuoco che mi aiutarono anche nell'ispezione, mi accinsi a questa operazione. Feci comunque presente alla persona in divisa che la mia ispezione sarebbe stata del tutto sommaria perché non avevo né i mezzi né la competenza professionale per procedere ad ispezioni di quel tipo.
Domanda: le è mai capitato di fare una ispezione cadaverica sul posto come in quell'occasione?
No, mai.   Ricordo che il cadavere del Dr. Narducci non poteva essere spogliato perché gli abiti erano del tutto attaccati ma i Vigili recuperarono delle forbici e con questo attrezzo iniziammo a tagliare i vestiti, non completamente; ricordo che scoprimmo quasi tutto il braccio sinistro, una parte del braccio destro, parte del torace salvo le spalle, il collo, e poi abbassammo leggermente i pantaloni verso il basso, poco sotto l’ombelico di circa un paio di centimetri perché i pantaloni non andavano giù.
Chiesi al Vigile di girare il cadavere ed osservammo una parte delle schiena fino alla vita, ma non la parte alta delle spalle; non ricordo se gli abiti furono tagliati o solamente alzati.
Prima di rigirarlo, alzammo i pantaloni fino a dove era possibile, comunque sotto il ginocchio. Il colore era particolarmente violaceo, nel volto, nel collo e negli arti inferiori, in particolare nelle caviglie. Quando girammo il cadavere, uscì dalla bocca dello stesso del liquido acquoso, leggermente schiumoso, tinteggiato di un colore rosso cupo; il quantitativo corrispondeva grosso modo a quello che ha una persona che abbia un conato di vomito.   
Io continuavo a ripetere che in quelle condizioni non potevo visionare tutto il corpo e tra l’altro il Vigile che tagliava i vestiti aveva difficoltà a compiere la sua operazione per via del gonfiore del corpo, per cui continuavo a ripetere che non era possibile fare una ispezione in quelle condizioni, ma la persona in divisa insisteva, ribadendo l’urgenza di provvedere. Ricordo che il volto era tumefatto e violaceo, appariva gonfio edematoso.
Domanda: c’erano lesioni sul corpo?
Per la parte che ho potuto vedere ed ispezionare, cercando appositamente lesioni o segni di iniezione, esaminai quindi la scatola cranica nella parte esterna, il volto, il collo ed il resto e notai che non vi erano lesioni o altri segni particolari.
Domanda: come mai né nel verbale di riconoscimento e descrizione del cadavere né nel verbale di ricognizione cadaverica né nel certificato di accertamento di morte lei non precisò in quale condizioni si svolse l'ispezione e soprattutto che il cadavere poté essere denudato solo parzialmente?
Per il certificato di morte non serviva ma per il resto devo ammettere che non avevo esperienza di ispezioni cadaveriche e di redazione del relativo verbale.
Domanda: come è giunta alla diagnosi della morte, come nel caso specifico di "asfissia da annegamento", senza esame autoptico?
Io dovevo limitarmi ad accertare la morte ma non le cause della stessa.
Il verbale di riconoscimento di cadavere non è stato da me redatto. Il verbale fu redatto materialmente in un locale, credo della cooperativa dei pescatori di S. Arcangelo, dove mi recai assieme ai Carabinieri i quali provvidero a redigere il verbale che io firmai nella parte relativa alla ricognizione del cadavere, ma non ricordo che mi vennero fatte domande circa l’orario della morte od altro, anche perché non potevo stabilire l’orario della morte del Dr. Narducci ed escludo di avere detto che era morto da 110 ore perché non avevo un minimo di competenza per affermarlo. Voglio aggiungere che c’erano delle forti pressioni intorno a me perché più io allontanavo le persone, con l’ausilio dei Carabinieri, più la gente mi pressava anche all’interno del locale.   Queste persone che premevano di più erano i colleghi del Dr. Narducci, in particolare il Prof. Morelli e il Dr. Farroni, unitamente al fratello del defunto; La persona in divisa mi sollecitava a fare alla svelta.   Mi dicevano continuamente "è chiaro, non ci sono problemi, questo è morto annegato".   Volevo scrivere anche che era assolutamente necessaria l'autopsia perché l'ispezione era del tutto carente ma a questo punto la pressione fu fortissima da parte del Dr. Morelli e del fratello del defunto. Anche i carabinieri si trovavano al centro di queste pressioni e ci sentivamo come accerchiati e costretti a concludere il tutto rapidamente, come ci si diceva. Ricordo che ci trovavamo in una stanza abbastanza- piccola, con una vetrata da dove vedevo anche la persona in divisa e tante altre persone.
Mi sono trovata intimidita psicologicamente e pur avendo insistito nello scrivere “verosimilmente” ho desistito dall'indicazione della necessità dell'autopsia. Ricordo che queste persone non erano assolutamente contente di quello che avevo fatto e venne anche il Dr. Trippetti perché io continuavo a dire che necessitava l'autopsia ed egli fece leva soprattutto sul dolore dei familiari e sul loro desiderio di riavere il corpo quanto prima. A quel punto terminai l'operazione.
Specifico che il certificato di accertamento di morte che mi viene mostrato non è quello che io redassi né tanto meno firmato. Nella firma che è apposta in calce riconosco quella della Dr.ssa Mencuccini Luciana, che non aveva partecipato alle operazioni.
Domanda: ebbe contatti con l’impresa delle pompe funebri?
No, avrei voluto contattarli per il trasporto all'obitorio ma, come detto, fui costretta a fare l'ispezione in quel luogo. Ricordo che parlai con il responsabile di medicina legale, Dr. Pietro Giorgi, al quale esternai le mie proteste e questi mi disse che avevo perfettamente ragione.
Domanda: sa se venne rinvenuto un appunto scritto dal dr. Narducci o se all'interno dell'imbarcazione vi erano siringhe?
Non ricordo. Però ricordo che chiesi se erano state trovate siringhe o medicinali anche perché circolava la voce che il morto facesse uso di sostanze stupefacenti, verosimilmente eroina.
Domanda: c'erano appartenenti alle Forze dell'Ordine provenienti da Firenze?
Ricordo che dopo la persona in divisa ne sopraggiunsero altre, sempre in divisa scura, credo che fossero altri Ufficiali dei Carabinieri, che parlavano molto tra di loro, ma non feci caso a quello che dicevano.
Domanda: ricorda se qualcuno alluse alla vicenda dei delitti del cosiddetto "mostro di Firenze"?
Altroché! Ma non in quell'occasione. Successivamente, dopo qualche mese ne sentii parlare molto, anche nell'ambiente della USL; le voci dicevano che il Dr. Narducci fosse il responsabile di quei delitti attribuiti al mostro di Firenze.   Altra voce lo indicava come dedito a viaggi nella città di Firenze, dove sembrava avesse una casa."
Segue...

lunedì 7 maggio 2018

L'Uomo dietro il mostro 4 di E. Oltremari

Segue da LUdm3

Sabato 14 Settembre 1974 - Loc. Rabatta, Borgo San Lorenzo.

Qui, sia che l’azione si sia svolta nel primo o nel secondo modo, l’assassino si trova di fronte allo sportello passeggero con due corpi privi di vita all’interno della macchina.
L’omicida sfila la ragazza dalla macchina, la quale cade a terra vicino allo sportello. La afferra per i piedi e la trascina dietro la vettura.
Le mutandine indossate dalla giovane vengono ritrovate strappate e sporche di sangue. Segno che queste fossero indossate dalla giovane quando è stata colpita. I verbali indicano che queste siano state rinvenute in due lembi (uno più grande ed uno più piccolo), distanti circa 8 mt l’uno dall’altro e strappati, non tagliati. È opportuno domandarci se queste si siano lacerate a causa del trascinamento del corpo della giovane sul terreno o che sia stato l’omicida stesso a strapparli con le mani per denudare completamente il corpo della ragazza. Nel caso propendessimo per la prima ipotesi, risulterebbe strana la posizione dei lembi, ovvero distanti l’uno dall’altro e non adiacenti alla traiettoria dello spostamento della giovane; diversamente, nel secondo caso, ci si presenterebbe una condotta da parte dell’omicida non coerente con quanto accadrà poi nei delitti successivi, ove, gli indumenti femminili, come quelli intimi, vengono recisi con l’arma bianca, senza quindi essere toccati dalle mani dell’omicida. Da qui, allora, si potrebbe ipotizzare la condizione per la quale le mutande della ragazza si strappano accidentalmente o nell’azione delittuosa o nel trascinamento del corpo (anche perché se fosse stato l’omicida a strapparle queste si troverebbero, almeno per un lembo, sotto il sedere della ragazza). L’omicida poi, una volta inferti i colpi d’arma bianca sulla ragazza, nel modificare la scena del crimine (condizione che si è più volte ripetuta nei delitti seguenti) raccoglie una stralcio degli slip poi poi gettarlo via qualche passo dopo. Difficilmente si potrebbe ipotizzare, quantomeno a livello criminologico, un omicida giovane (dopotutto è il primo, o il secondo delitto da lui commesso, quantomeno come mostro) che strappa brutalmente quelle mutande che sette anni dopo, più maturo e maggiormente sicuro di sè, avrebbe reciso col coltello senza toccarle con le mani. A livello pratico, invece, forse l’azione di recisione degli indumenti intimi con la lama del pugnale potrebbe essere dovuta all’acquisto di una maggior abilità dell’omicida con questa anche se, torniamo a dire, riteniamo più plausibile l’ipotesi prima richiamata delle mutande stralciatesi accidentalmente e spostate dall’omicida nella sua azione di manomissione della scena del crimine.
È difatti interessante notare - qualora non volessimo accettare la succitata ipotesi che siano stati i giovano ragazzi a spogliarsi lontano dalla macchina e tornarvi poi all’interno - come l’omicida, ripulisca la zona intorno alla vettura, da vestiti, indumenti strappati e fazzoletti. Come se volesse ordinare la scena, focalizzandola sull’autovettura, secondo una propria rappresentazione più chiara, limpida e definita.
Una volta trovatosi di fronte al corpo della ragazza, le divarica le gambe, afferra il coltello e con quello pratica 96 piccole coltellate (alcune profonde anche meno di 1 cm) sul corpo dello schema seguendo uno schema così esemplificato nella figura sottostante.
Dalla figura ritraente la mappa delle ferite d’arma da punta e da taglio si intuisce - dicono alcuni - una particolare attenzione dell’autore per le zone del seno sinistro e quella pubica. Mentre per il secondo, potremo sì individuare una circoscrizione di questo, il primo (A ben vedere però, i colpi sono purtroppo così tanti che ognuno riesce a vederci quel che vuole, 96 coltellate in sul corpo - o meglio, sul tronco - di una ragazzina di 1,60 mt rischiano di risultare fin troppo ravvivate e sovrastanti, indistintamente tutto il corpo) viene attinto da colpi a questo limitrofi, ricalcando quelle che sarebbero divenute poi le zone escisse. Dieci anni dopo, infatti, a pochi km di distanza, l’assassino si sarebbe trovato di fronte un corpo nudo di giovane donna dalle medesime caratteristiche di nudità della vittima femminile del 1974. Diversamente, però, da quanto accaduto nel decennio precedente, l’assassino avrà alle sue spalle 5 (o 6) duplici omicidi, due dei quali lo hanno visto utilizzare il coltello per praticare due escissioni post mortali delle zone pubiche di due vittime femminili. Ed è qui, alla Boschetta, che si manifesterà - per la seconda volta dopo i due duplici omicidi del 1981 - la condizione giustificatrice di evoluzione dell’iter omicidiario come il corpo seminudo (se non per le mutandine) di una ragazza. Le escissioni eseguite sul corpo nudo della Rontini ricalcheranno, difatti, quelle zone su cui dieci anni prima lo stesso assassino si era concentrato con l’arma bianca scoprendo una situazione a lui a quel tempo (’74) ignota, come due ragazzi seminudi intenti ad amoreggiare in macchina ed i lori cadaveri a propria disposizione. Dopo 10 anni alla stessa situazione l’omicida risponderà praticando ciò che negli anni precedenti aveva eseguito sui corpi delle vittime femminili dei duplici delitti del 1981, ovvero offendere, tagliare e portare via, ma le quali si trovavano in una condizione però diversa - maggiormente vestite - rispetto sia alla vittima del 1974 e del 1984. Di questo ultimo tema - ovvero di quello che a parere dello scrivente è erroneamente vista come una “evoluzione” dell’azione escissoria - ne parleremo poi più approfonditamente nel capitolo circa il focus criminologico sul modus operandi di tutti ed otto i duplici omicidi.
Tornando alla dinamica omicidiaria, dopo aver inferto i colpi sull’esanime Stefania, l’assassino strappa poi dal filare di vite poco distante un ramo che inserisce, marginalmente, nella vagina della ragazza.
Tornato allo sportello del passeggero, sposta il ragazzo sul sedile del guidatore e gli infligge due coltellate all’emitorace destro. Considerato che appare se non certo, altamente verosimile, che il corpo del ragazzo sia stato spostato dalla suo originaria posizione, c’è da chiedersi le motivazioni di questa scelta da parte dell’omicida. Analizzate le scene del crimine degli anni successivi, e quella dell’anno precedente, possiamo notare un certo interesse nell’omicida per le attività di modificazione della scena del crimine consistenti nel riposizionamento, dei cadaveri - oltre che di quelli femminili - anche di quello maschile. Si pensi, ad esempio, alle posizioni fetali assunte dalla vittima maschile nell’Ottobre del 1981 e del 1984, o alla compostezza di quello del 1968 o del Giugno 1981. Sembrerebbe quasi che l’assassino si ritagli una porzione di tempo utile alla fuga per il riordino di una scena “caotica” - o almeno così da lui considerata - creatasi con l’azione omicidiaria al fine di ricreare una compostezza da lui apprezzabile o comunque utile ad un suo fine, sia esso personalistico o utilitaristico (Anche questo punto verrà approfondito in un apposito capitolo).
Circa poi l’esatto luogo di ritrovo della borsetta e del reggiseno della ragazza, non comparendo alcun dato certo (se non una sommaria indicazione dei mt di distanza dall’abitacolo), chi scrive non ritiene utile né corretto addentrarsi in pericolose ipotesi circa i perché della direzione presa dall’omicida per sbarazzarsi degli oggetti in questione. A riguardo, già ne è stato ampiamente parlato da altri autori a cui - con piacere - rimandiamo.

Venendo ora alla introduzione della trattazione criminologia del duplice delitto del 1974, che sarà oggetto di apposito capitolo - non possiamo esimerci da una riflessione circa l’assoluto disordine - unico, considerati gli altri delitti - che caratterizza la scena del crimine di Rabatta. Difatti, diversamente da quanto accaduto sei anni prima a Castelletti, l’omicida sembra apparire meno meticoloso e preciso rispetto a quanto già operato in precedenza, mostrando maggiori difficoltà sia nell’abilità sparatoria sia nella gestione della situazione omicidiaria. 
Spesso, si è stati soliti attribuire la cruda violenza ed il furor omicidiario del ’74 ad una probabile conoscenza - anche solo unilaterale - da parte dell’omicida quantomeno della vittima femminile. Tale eventualità non è stata tralasciata neanche da la già precedentemente citata perizia del pool modenese che, in relazione al presente delitto, sottolinea come “molte delle ferite da arma da punta e taglio inferte alla donna sono state vibrate con molta forza, mentre il corpo era appoggiato su piano fisso (terreno o sedile), tanto da penetrare profondamente in organi vitali o da trapassare il tavolato osseo eternale, disarticolando l’appendice xifoide. E’ quindi evidente che le ferite da arma da taglio inferte alla donna, per qualità e quantità, appaiono il frutto di un impulso e/o di una volontà che andavano ben oltre la semplice intenzione di essere certo della morte della vittima”.La vittima femminile del 1974 rimane l’unica ragazza, fra le vittime attribuite al c.d. Mostro di Firenze, uccisa con l’arma bianca (in questo caso la lama di un coltello). È necessario però specificare che, considerati i dati a nostra disposizione, l’utilizzo della lama sia stato reso necessario dall’aver esploso tutti i colpi della Beretta - sprecandone la maggior parte - senza riuscire ad uccidere i due giovani. I colpi inferti alla giovane presentano, difatti, indici di vitalità tali da considerarla ancora viva in un tempo successivo agli spari ed ancora capace di movimento e, soprattutto, di gridare. Si spiegherebbe così forse l’accanimento sul volto della giovane, l’estesa ferita lacero-contusa alla testa e quella vicino alla bocca. Ma perché, domandiamoci, l’omicida esaurisce il caricatore (almeno 10 colpi) verso due bersagli certo non di più difficile mira rispetto alle vittime del delitto del 1968. Sei anni prima, l’omicida (nell’ipotesi che sia stata la stessa persona a sparare nel 1968 e poi nel 1974), quantomeno anagraficamente sei anni più giovane del suo io del 1968, si trovava ad affrontare un uomo ed una donna  di circa trent’anni uccidendoli con precisione e freddezza, il tutto alla presenza di un bambino. Sei anni più tardi, con già un duplice omicidio alle spalle, più maturo e con di fronte due ragazzi appena maggiorenni si dimostra un impreciso sparatore sprecando i suoi colpi verso parti anatomiche non vitali senza riuscire a centrare i suoi obbiettivi,  vicini e racchiusi dentro l’abitacolo di una macchina.
È forse lecito credere che questo disordine sia dovuto alla inesperienza dello sparatore, o alla sua giovane età, ma ciò striderebbe con l’attribuzione del delitto del ’74 alla mano, fredda e precisa, del 1968. Ancora, potremmo forse attribuirla ad una conoscenza diretta - o unilaterale - della coppia, tale da incrementare la componente eccitativa dell’azione delittuosa. Potrebbe invece essere dovuta ad un imprevisto accorso durante il delitto, come ad esempio un tentativo di fuga o un effetto sorpresa non del tutto riuscito (anche se questa eventualità mal si concilierebbe con la direzione e l’inclinazione dei colpi ricevuti dal ragazzo che non fanno presagire alcun movimento da parte della vittima). O, ancora, al fatto che per la prima volta l’omicida si trovava davanti due corpi seminudi mentre sei anni prima i corpi erano maggiormente vestiti.
Non avendo ulteriori basi probatorie o indiziarie su quale posizione prendere - sebbene lo scrivente propenda per la prima delle ipotesi succitate - rimandiamo tale questione al capitolo centrale di questi lavori.
In conclusione, risulta ora necessario soffermarsi sull’attività di overkilling compiuta dall’omicida sul corpo della vittima di sesso femminile.
E’ lecito credere che quella fosse la prima volta che l’omicida si trovava di fronte al corpo nudo, privo di vita, di una donna da lui uccisa (Sei anni prima difatti - nell’ipotesi che lui stesso fosse stato l’autore dell’omicidio di Castelletti - il corpo della Locci si presentava ai suoi occhi, maggiormente vestito rispetto a quello della giovane Stefania).
Esauritosi la violenza che aveva poco prima caratterizzato l’azione omicidiaria, l’assassino vive con apparente quiete - e qui risulta davvero sorprendente questo repentino mutamento emotivo - i momenti che sarebbero invece, comprensibilmente, utili ad una fuga, per chinarsi e “saggiare” con la lama del suo coltello - utilizzata qui con la sua azione “da punta” - il corpo della giovane. Sul tema: “l’azione esploratoria è stata inoltre condotta con un’altra modalità, attraverso l’uso dell’arma da
punta e da taglio, con la quale l’omicida ha quasi circoscritto la zona del ventre attorno all’ombelico e la linea superiore del pube, e ha descritto linee o cerchi sulle cosce (o forse è più appropriato dire che ha inferto colpi indirizzati casualmente, che non loro insieme descrivono due linee ed un cerchio sulle cosce); questi colpi sembrano essere stati inferti senza molta forza, o quasi per saggiare la resistenza della cute all’arma da puntataglio, usata in senso verticale e quindi con l’efficacia lesiva della punta. Come si è detto, la disposizione delle ferite attorno al pube suggerisce l’ipotesi che si sia fatta strada nella mente dell’omicida, o che fosse già presente in fantasia, quanto meno a livello embrionale, l’idea di asportare quella parte del corpo, non ancora perfezionata processualmente o non ancora sorretta da idonea capacità tecnica”.
Ora, benché sia dallo schema dei colpi inferti sia dalle foto del cadavere sia possibile evincere una certa attenzione per quelle zone che negli anni successivi sarebbero state oggetto di esportazione, non si direbbe falsità alcuna se ci riferissimo alle ferite da punta come inferte omogeneamente, ma in senso casuale, sul corpo della giovane in un’area estesa dall’interno coscia fino al petto. Ognuno è libero di poter interpretare l’ordine di ferite a suo modo, vedendoci linee, curve, forme, allusioni esoteriche, numerologiche o altro ancora perché, sfortunatamente - e drammaticamente dato che parliamo non di un gioco sulla settimana enigmistica ma del corpo di una diciottenne - il c.d. gioco di unire i puntini può condurre ad innumerevoli interpretazioni.
Certo è, che difficilmente potremo ricondurre i colpi inferti ad una mera “sperimentazione” o “saggio” della lama sulla carne visto l’elevatissimo numero di ferite inferte, abbondantemente oltre il numero necessario per constatare l’effetto lesivo dell’arma da punta. Allora, forse, sarebbe necessario chiederci cosa si cela dietro quelle ferite. Cosa ha spinto l’omicida a soffermarsi così lungamente sul corpo esanime della ragazza. E’ probabile, quindi, che dietro questo disegno si nasconda una fantasia, un intento, un ordine, difficilmente riconducibile ad un mero e semplicistico “canovaccio” delle sue - orribili - gesta future.
Circa, invece, il ramo di vite inserito all’interno della vagina della ragazza,  possiamo affermare che questo rappresenti un unicum nell’insieme di tutti ed otto i duplici omicidi. Mai, difatti, l’assassino si era spinto ad un’azione di overkilling sui corpi delle vittime che esulasse dalle escissioni o dai fendenti post mortem.
L’introduzione del tralcio è stata più volte associata ad un chiaro segno, o spregiativo, o di assonanza sessuale (inteso quindi come la proiezione di membro maschile). E’ necessario, però, dire a riguardo che sia per le caratteristiche del ramo in sé - un ramoscello esile, molto lungo e diramato - che per le modalità con cui questa è stato inserito - senza troppa forza, né reiterandone l’ingresso nel cavo vaginale, come appunto in una simulazione dell’atto sessuale - ma solo attraverso una sua apposizione, scevra di una sua componente lussuriosa, sarebbe forse più corretto avvicinare tale atto ad un significato simbolico, non necessariamente sessuale, ad ora sotteso e non purtroppo compreso ma di cui avanzeremo alcune interpretazioni più avanti. Difatti, chi scrive, non ritiene il tralcio di vite un simbolo spregiativo del corpo della donna, anzi. Qui tornano d’ausilio le fotografie della scena del crimine, nelle quali si può denotare una quasi  leggerezza ed armonia nella scelta del tralcio di vite, e non di un ramo più grosso o comunque maggiormente lesivo dei genitali femminili. Il ramo non sembra richiamare alcuna componente fallica, né tantomeno virile. L’aspetto del tralcio, lasciato integro anche delle foglie e dei piccoli ramoscelli che dal busto principale si dipanano, non acquistano la forma di una violenza sessuale, né tantomeno offensiva del corpo della giovane (di questo intento offensivo del corpo l’assassino ne aveva già dato prova alcuni istanti prima, per 96 volte). Sembra più un simbolo decorativo, o votivo, quasi a voler ricreare un’immagine nell’omicida che suggella la scena da lui manomessa e ricreata, una volta interrotto l’unione tra i due. Addenda che è possibile che l’omicida abbia anche commesso nei delitti successivi ma rimasta celata, o mal interpretata, nel corso dell’analisi della scena del crimini. Scambiata talvolta per un errore, una casualità o coincidenza o perfino una posizione innaturale del corpo. Invece quindi di continuare - sconfessando perfino quanto da noi riferito supra - a considerare il tralcio di vite un unicum fra i delitti commessi dall’assassino, potremo provare a reinterpretarlo e collocarlo nella coerenza degli altri delitti, fra quelle condizioni, non lesive del corpo (o spregiative) ma di alterazione della scena del crimine e personation. È la trasposizione fisica e materiale di una fantasia dell’omicida, a lui solo comprensibile ma non per questo indecifrabile. Fantasia fin troppo ridondante e selvaggia in questo delitto e col tempo, solo affinata e resa meno palese ma soltanto nascosta e camuffata in un qualcosa che o non è stato visto o male interpretato ma rimasto lì, sempre, davanti ai nostri occhi, ancora una volta, sulla stessa scena del crimine. Come vedremo.
Segue...

venerdì 4 maggio 2018

La vera storia del mostro di Firenze

Autore: Chiara Penna

Prima edizione: 2018, Edizioni Nobel, formato digitale.

Presentazione: "Il mostro di Firenze non è un uomo che uccide per motivi passionali, non è un assassino a pagamento e non è un killer di mafia o un terrorista. È un serial killer che ha operato seguendo percorsi psicologici e psicopatologici complessi e difficili da decifrare.
Questo intenso lavoro dell'avvocato e criminologa Chiara Penna studia i delitti del Mostro di Firenze analizzando i fatti e mettendo in risalto la totale assenza di riscontri oggettivi ai risultati dell’attività d’indagine svolta. Allo scopo di fornire una trattazione completa, si analizzano la struttura e gli elementi caratterizzanti le condotte criminose del killer e le dinamiche degli eventi, soffermandosi sia sulla tipologia delle vittime che sulla scena dei delitti.Compito del profiler è quello di trovare tale significato. Compito degli inquirenti sarebbe stato quello di creare e trovare una verità opponibile a tutti e in grado di sopportare la verifica processuale attraverso le evidenze probatorie che andavano via via sommandosi e sviluppandosi. Ma questo non è mai avvenuto. Ed è proprio da qui che prende corpo la novità proposta da Chiara Penna rispetto a un argomento che è stato ampiamente trattato sulla carta stampata e in tv: l’abilità di narratrice si coniuga perfettamente con l’esperienza e l’acume dell’avvocato penalista. Attraverso una meticolosa analisi degli aspetti processuali della vicenda, una nuova e più profonda verità emerge dalle pagine di questo libro."

lunedì 30 aprile 2018

Al di là di ogni ragionevole buon senso - Quattro


9 ottobre 2001
Il capo della Squadra Mobile di Perugia, Piero Angeloni, scrisse nuovamente al P.M. dr Giuliano Mignini:
“…al fine di stabilire se le persone autrici del reato allo stato degli atti ancora non identificate, facciano parte meno della setta satanica a cui fanno riferimento nella conversazioni telefoniche, nonché siano interessate o coinvolte nella morte di Pacciani e/o comunque legale all’attività della persona che fu definita “il mostro di Firenze”, si ritiene opportuno chiedere all’Autorità giudiziaria in indirizzo di volere valutare l’opportunità di concedere le seguenti deleghe di indagine:
1)acquisizione del fascicolo processuale inerente la persona del dr. Narducci Francesco, perito a seguito di probabile suicidio;
2)delega all’acquisizione di sommarie informazioni da parte della professoressa Barone, impiegata quale medico legale presso l'istituto di Medicina legale di Perugia.
Le richieste sono motivate dai seguenti motivi: per quanto riguarda il capo sub a), come è ormai noto, voci insistenti avevano indicato il Dr. Narducci quale materiale esecutore dei “tagli” di parti del corpo effettuati dal mostro di Firenze, e che per di più avrebbe conservato in modo e luoghi adatti; non solo, la “famosa” moto che venne vista sul posto dell’ultimo omicidio sarebbe stata uguale a quella in possesso del Dottore. Detto mezzo non fu mai ritrovato. Per quanto invece concerne il capo sub b), ossia l’escussione a verbale del medico legale intervenuto, sembra che la Professoressa Barone sia al corrente di diversi particolari inerenti chiaramente la morte del Narducci, ma anche fatti specifici sulla sua vita, forse in considerazione anche del fatto che erano comunque colleghi.”


16 ottobre 2001
Fu sentita dal dr Giuliano Mignini la sig.ra Falso Dorotea che fece mettere a verbale: “Mi riporto alle denunce da me presentate in relazione alle gravi minacce che mi sono state rivolte da persone sconosciute nell’arco di tempo che va dal 14/7/2000 al 28/9/2001.
Le persone che mi minacciano sono una o due donne e un uomo che parlano con voce alterata e che fanno riferimento ad una setta satanica e hanno rivendicato la paternità dell'uccisione di Pacciani, perché a loro dire avrebbe tradito questa setta. Sempre gli anonimi interlocutori mi parlano di una sorte di gran sacerdote della setta che risiede a Firenze e che a loro dire sarebbe presto venuto a Foligno, anzi a Sassovivo dove si svolgono i loro riti e dove, sempre secondo loro io dovrei essere sacrificata insieme a mio figlio e poi seppellita a Firenze. Talvolta invece mi parlano del loro proposito di far diventare mio figlio adepto della setta e mi avvertono che, se non li seguirà, venderanno i suoi pezzi. Mi hanno anche detto che io non posso far niente perché i miei amici poliziotti sono tutti corrotti e fanno parte della setta.
Qualche vago sospetto ce l’ho sui miei cognati che si chiamano B. Francesco e C. Nadia. Ricordo di aver visto una lettera contenente minacce di morte e posta davanti al finestrone di casa mia e questo mi fa pensare che gli autori sono a conoscenza del fatto che io apro tutte le mattine quella finestra. Ci sono anche altre coincidenze come ad esempio una telefonata in cui mi si chiedeva di salutare i medici che io avrei visto alle tre del pomeriggio. Di questa notizia era a conoscenza la baby-sitter che si chiama Tania e mia suocera. Tra febbraio e marzo del 2001 mi è stato incendiato il fienile e mia cognata disse a mia suocera che era stato incendiato anche il fienile di una famiglia vicina, cosa che non era vera.
Aggiungo che nella mia professione di estetista mi è capitato di sentire da una mia cliente che i carabinieri avevano trovato dietro casa sua a Perugia i resti di un rito di magia nera con bruciature di volatili. Per quanto mi riguarda però non mi sono mai interessata di queste cose né comunque di fatti di cronaca nera.
Non ho mai parlato con i miei cognati. Ricordo solo di aver parlato con loro in occasione delle prime telefonate quando mi sfogai con mia suocera e rimasi sorpresa nel constatare l'assoluta indifferenza di mia cognata.”


22 ottobre
Fu sentita la dottoressa Francesca Barone, medico legale presso l'istituto di Medicina legale di Perugia; si riportano i passi del verbale che si ritengono maggiormente interessanti.
“Ricordo che quella settimana ero di turno all'istituto di medicina legale per la sala settoria e che non fui interpellata in occasione del rinvenimento del cadavere di Francesco Narducci, che peraltro conoscevo di persona, essendo mio collega. Seppi subito che fu trovato il suo cadavere nel lago e mi allertai pensando di dovere intervenire per il sopralluogo ma non venni chiamata dalla Procura come è consuetudine. In questi casi venivamo sempre chiamati dalla Procura ma in quell'occasione, come ho detto, nessuno mi interpellò. Seppi che una dottoressa, le cui funzioni potrebbero oggi essere assimilate a quelle della guardia medica, era intervenuta, redigendo un certificato di morte per annegamento; a quanto mi risulta non fu eseguita la perizia autoptica e il cadavere non fu portato all'obitorio ma affidato direttamente ai familiari.
Domanda: che cosa sa, oltre a quanto detto, del ritrovamento del cadavere?
Per pura casualità incontrai dei pescatori, uno dei quali, di cui non ricordo il nome, aveva partecipato al recupero del cadavere; quest'uomo, che era originario di S. Arcangelo ed aveva una parente a San Savino, mi disse che il cadavere di Francesco Narducci presentava delle macchie rosse, come se avesse sbattuto contro qualcosa o che comunque avesse subito colpi violenti. Le macchie erano presenti soprattutto sul volto; il pescatore aggiunse che il cadavere aveva le mani ed i piedi legati dietro la schiena. questa persona aveva i capelli biondicci, era alto circa 1,65 mt., ed aveva una corporatura normale ed un'età di circa 42 anni. L'uomo era un paziente di mio marito, Prof. Nazareno Ramoni. Voglio aggiungere che il pescatore mi disse che fu rinvenuto un appunto in cui il Narducci manifestava il suo proposito di suicidarsi e chiedeva perdono ai familiari.
Domanda: nella sua esperienza le è capitato di effettuare una diagnosi di asfissia da annegamento senza effettuare l’esame autoptico e in caso positivo, in quale occasioni?
No, perché la diagnosi per annegamento può essere fatta solo mediante esame autoptico, ematologico ed istologico collegato. Ciò in quanto gli eventuali segni esterni, non sempre presenti, hanno solo un valore generico di asfissia ma non diagnostico di annegamento e quindi la certezza è solo con il rinvenimento di un massivo enfisema, l'emodiluizione, diversificata tra cuore destro e cuore sinistro, con necessità di apertura del torace e la conferma definitiva al microscopio della rottura dei setti alveolari. I segni esterni possono evidenziare una asfissia ma non la causa della stessa. Inoltre, non può essere stabilito l'orario di morte senza i dovuti accertamenti e le dovute analisi.
Domanda: ricorda quali erano le abitudini del Dr. Narducci Francesco?
Solo per sentito dire, ricordo che il Narducci era una persona dal carattere difficile, molto ansioso ed estremamente chiuso e che frequentava una ristretta cerchia di amici. Nell'ambito dell'ospedale la sua cerchia di amici era quella della vecchia clinica medica. Mi risulta, per sentito dire, che avesse una casa in Toscana, dove si recava frequentemente.
Domanda: con chi viveva il Dr. Narducci Francesco?
Non lo so, so soltanto che era separato dalla moglie. Non si parlava nemmeno di suoi rapporti con altre donne, cosa che si sarebbe risaputo in clinica dove si conoscevano subito questi pettegolezzi. Quando si parlava del Narducci, si diceva subito che era introverso e che aveva una vita molto riservata. Ho sentito dire anche che Narducci aveva interessi verso l’esoterismo.
Domanda: quali erano le condizioni di salute del NARDUCCI?
Nulla so in proposito, però posso dire che era giovane ed aveva un fisico atletico. Vorrei aggiungere che diversi anni fa durante il meeting di Comunione e Liberazione di Rimini, un giornalista toscano (Pietro Licciardi ndr), di cui non ricordo il nome mi telefonò e poi mi fece delle domande su Francesco Narducci, ricollegandolo alla vicenda del cosiddetto "Mostro di Firenze". Non ricordo a quale giornale appartenesse questa persona ma sapeva tantissime cose sulla vicenda del mostro di Firenze e sapeva anche che il Dr. Narducci aveva una casa in Toscana. Mi indicò il luogo preciso ma non ricordo se fosse Firenze o un'altra località.
Un'altra inchiesta giornalistica fu fatta da Luigi Amicone del settimanale "Tempi” di Milano; anche Amicone venne da me e mi chiese di Narducci ma non era così informato come l'altro. Il giornalista di cui non ricordo il nome mi disse che Narducci aveva una pistola."

lunedì 23 aprile 2018

L'Uomo dietro il mostro 3 di E. Oltremari

Segue da LUdm2

Sabato 14 Settembre 1974 - Loc. Rabatta, Borgo San Lorenzo.

Prima di intraprendere la disamina del caso in questione è necessario premettere come le evidenze circa il duplice delitto del 1974 risultino manchevoli di precisione e chiarezza già in quegli atti  (In questo caso ci riferiamo ai referti autoptici, agli atti di sopralluogo ed alle successive perizie) che avrebbero dovuto, invero, avere fra i propri requisiti primi di queste due qualità.
Il corpo del vittima maschile, viene ritrovato all’interno della Fiat 127 del padre. È seduto sul sedile di guida, con la testa poggiata sul montante del finestrino ormai in frantumi. Indossa le sole mutande, vistosamente intrise di sangue, e calzini bianchi.
Nonostante alcune imprecisioni presenti in autopsia tra l’esame esterno e la sezione cadaverica, il ragazzo sembrerebbe essere stato attinto da sei colpi di pistola, tutti in regione toracica-addominale sinistra, dei quali, uno solo di questi, presenterebbe il foro di uscita al fianco destro (Dettaglio quest’ultimo non ben chiarito in sede autoptica). Sull’emitorace destro, invece, antero-lateralmente in zona media inferiore, due ferite da taglio sovrapposte tra loro e distanziate di qualche centimetro che non penetrano in profondità.
La ragazza viene ritrovata distesa supina con gambe e braccia divaricate con la testa quasi coperta dal tuo di scappamento della macchina del ragazzo. E’ completamente nuda, un brandello delle sue mutandine viene ritrovato poco distante dal suo corpo, a circa 8 metri dalla ruota anteriore destra. E’ stata attinta da 5 colpi d’arma da fuoco. Tre al fianco destro, una al ginocchio destro (in cui si rinviene anche il foro d’uscita), ed una a quello sinistro. Oltre alle ferite d’arma da fuoco se ne rinvengono altre 96 da punta e da taglio.
Precisamente:
-    una vasta ferita lacero contusa a forma di Y interessa la regione auricolare e temporale destra fino al piano osseo;
-     una, egualmente profonda, localizzata alla regione emimandibolare sinistra e si estende fino a quella mentoniera, interessando anche il labbro;
-    tre ferite a carico della regione latero-cervicale destra, di andamento obliquo, dall’alto verso il basso e da sinistra a destra, infiltrate e con margine inferiore ecchimotico;
-    sei, localizzate medialmente alla mammella destra, superficiali e poco infiltrate;
-    dodici, alla mammella sinistra, quasi tutte infiltrate e penetranti;
-    alcune (purtroppo dato impreciso) hanno interessato lo sterno, trapanando il tavolato osseo e disarticolato l’appendice tifoide, mentre altre sono penetrate nella cavità cardiache ed hanno attinto il parenchima polmonare;
-    alcune (purtroppo dato impreciso) ferite addominali, attingono le visceri (stomaco, fegato, intestino) ma sono meno infiltrate di quelle toraciche prima citate;
-    cinque ferite localizzate in regione sovrapubica e seguono l’inserzione dei peli, disegnando una curva a convessità superiore;
-    due, al margine destro del pube;
-    quindici ferite (sette a sinistra ed otto a destra) interessano le cosce, in corrispondenza della regione antero-mediale, al terzo superiore, sono vicine tra loro, poco profonde e poco infiltrate.
Troviamo poi opportuno segnalare la reputazione di ferite c.d. da difesa agli arti superiori ed alle mani con caratteristiche di vitalità.
Quello che rimarrà, infine, nell’immaginario collettivo di questo delitto, è il tralcio di vite lievemente infilato nella vagina della ragazza che si dipana, sul terreno, fra le sue gambe.

Dai verbali, risulta che sul luogo del delitto siano stati rinvenuti solo cinque bossoli Winchester cal. 22 con la H stampata sul fondello ritrovati a sinistra della vettura (NB: ad un primo sopralluogo i ragazzi vennero giudicati come uccisi da uno stiletto o colpi di cacciavite. Soltanto la sera arrivarono indicazioni dall’Istituto di Medicina Legale di Firenze sulla reale natura di alcune ferite, cioè colpi di pistola. Pertanto quando tornarono sul luogo del delitto per repertari i bossoli la macchina del Gentilcore era già stata spostata); i vetri del finestrino lato guidatore infranto al di fuori dello sportello lato guidatore; le scarpe dei ragazzi sul tappetino del sedile lato passeggero; sotto una pianta di vite distante poco più di tre metri dalla fiancata destra dell’auto, 3 paia di pantaloni (due da uomo ed uno da donna), un foglio di carta da confezione recante l’intestazione di una lavanderia, e la camicia della ragazza ripiegati, tutti, e senza macchie di sangue; un paio di mutande femminili blue strappate e macchiate di sangue (un brandello di queste verrà ritrovate a circa 8 metri dalla macchina); una camicia bianca da uomo tra la pianta di vite e la macchina; il giubbotto del ragazzo fuori dallo sportello del guidatore; un tovagliolo o pezzo di carta macchiato di sangue vicino al cadavere della ragazza; la borsetta della ragazza col suo pullover bianco (entrambi NON macchiati di sangue), a circa 300 mt dal luogo del delitto, gettati fra le sterpaglie di un campo, e rinvenuti a seguito di una segnalazione anonima; il reggiseno della ragazza, rinvenuto ad oltre 50 mt dal luogo in cui era stata ritrovata la borsetta.
Sempre dai verbali, si può notare che vennero individuati due fori sul sedile anteriore sinistro ed una lacerazione da taglio della stoffa; sul sedile destro, totalmente reclinato all’indietro, vengono rinvenute abbondanti tracce ematiche; a circa 20 cm dalla ruota posteriore destra ed esattamente in prossimità dell’apertura dello stesso sportello, una traccia di sangue raggrumato, da cui diparte una striscia di sangue che termina all’altezza della mano sinistra della ragazza.

Il delitto in questione risulta per il nostro lavoro di notevole interesse. Questo, sia per le modalità di esecuzione materiale che per le attività di overkilling sui corpi delle vittime tanto da rendersi utile per abbozzare qualche lineamento di profilazione e per meglio comprendere cosa è accaduto gli anni successivi. Tale importanza si scontra, però, con i dati in nostro possesso che risultano incompleti, poco chiari e, talvolta contraddittori. Pertanto sarà necessario procedere - nel corso del nostro lavoro - ad ipotesi supportate da minor dati empirici rispetto al delitto precedente o a quelli successivi.
Il rinvenimento, tardivo e non sappiamo quindi se veritiero, dei bossoli sul lato sinistro della vettura, farebbero propendere per un’azione di sparo intrapresa dallo sportello lato guidatore. Tale dinamica però mal si concilierebbe con i vetri del finestrino sinistro rinvenuti all’esterno della vettura, e non all’interno, indicando quindi una rottura di questo esercitata da una pressione dall’interno verso l’esterno. A meno che, i colpi non siano stati esplosi a portiera lato guidatore aperta - alquanto inverosimile - e richiusa poi dall’omicida al termine dell’azione delittuosa. Procedendo lungo questa ipotesi, vedremo il Gentilcore colpito da tre colpi in rapida successione al fianco sinistro, tanto che questi si presentano l’uno vicino all’altro e con lo stesso tramite, così da scongiurare una qualsiasi rotazione del corpo. Dunque, il ragazzo non si sarebbe mai mosso durante gli spari, e ciò farebbe propendere quindi per un attacco a sorpresa ad opera del killer. Così facendo il corpo del ragazzo sarebbe rimasto sul sedile dove era stato colpito dai proiettili, non dovendo poi giustificare alcun altro spostamento. Dinamica questa che però stride con le vistose tracce ematiche presenti sulla parte posteriore degli slip del ragazzo, che risultano difatti inzuppi di sangue, tanto da far presupporre che questo fosse stato spostato dal sedile, quello lato passeggero, che come si evince dalle foto, risulta maggiormente macchiato. Rimanendo però su questa linea di pensiero, troviamo sul sedile passeggero, reclinato per l’occasione, la giovane che impaurita dai colpi sparati verso il fidanzato, uno dei quali forse può averla colpita ad un ginocchio, tenta la via di fuga verso l’unica direzione possibile, ovvero il suo sportello. Qui l’omicida deve essere stato più veloce - e drammaticamente lucido - tanto da giungervi prima di lei e porsi da ostacolo tra la ragazza e la via di fuga. Le apre difatti lo sportello e riversa su di lei, tutto il caricatore. La povera ragazza, ancora sul proprio sedile, in un inutile e disperato tentativo di difesa inizia a dimenarsi con braccia e gambe tanto da essere colpita al ginocchio e al fianco destro (Diversamente da quanto descritto in autopsia realizzata dopo giorni dopo la morte della ragazza, al primo processo contro Pietro Pacciani, il Medico Legale, Prof. Maurri, affermerà che i colpi al fianco destro ricevuti dalla Pettini, fossero trapassati in precedenza dall’avambraccio destro della giovane.
Altre fonti, sia su blog che su alcune monografie, riferiscono dei colpi al fianco destro come ferite d’arma bianca. Tale ipotesi sarebbe però scongiurata dalle fotografie eseguite sul corpo della ragazza dove si può ben vedere la natura di queste per assicurarle come prodotte da colpo d’arma da fuoco). Nessuno di questi colpi risulta però idoneo a toglierle la vita o renderla priva di sensi. L’omicida, quindi, si trova di fronte per la prima volta alla condizione di aver finito i proiettili ed aver ancora un corpo da eliminare. Giunge qui alla necessità di dover utilizzare per la prima volta l’arma bianca. Risulta qui straordinaria la forza della ragazza che seppure attinta dai colpi di pistola deve aver dimostrato all’omicida una reazione tale da fargli ritenere necessario avventarsi con ferocia su di lei, tanto da colpirla al volto una volta alla regione temporale destra ed altra in regione mandibolare. La seconda risulta chiaramente una ferita da taglio, inferta alla giovane ancora in vita, dati i segni di vitalità. Probabile che la ragazza abbia iniziato a gridare e l’assassino abbia voluto tapparle la bocca con la propria mano sinistra e cercare di zittirla con la lama prima di affossarla sul sedile e colpirla con forza allo sterno tanto da provocarne la morte.
Resta il dubbio circa la profonda ferita lacero contusa presente sulla regione frontale ed auricolare che non sappiamo se causata, ma difficilmente potrebbe così essere, da un’arma da taglio. Sembrerebbe, invece, realizzate dall’urto con un oggetto contundente, forse l’impugnatura del pugnale, o ancora una parte della carrozzeria in cui può essere stata sbattuta la giovane per farle perdere conoscenza. Presumendo che l’assassino abbia agito frontalmente alla giovane o comunque lievemente dislocato alla destra di questa, risulta strano pensare ad un colpo inferto in quella zona  dalla lama del pugnale che lo avrebbe costretto a “scavallare” la sua stessa mano sinistra andando a colpire oltre il suo polso.

Altra dinamica, forse più corretta, ci permette di collocare l’omicida sempre e solo all’altezza del finestrino lato passeggero che sparando con lo sportello aperto riversa tutti i colpi del caricatore sui ragazzi posti, sul sedile reclinato, l’uno sopra l’altra. Deponendo in tal senso, allora, ipotizziamo così ora - seppur peculiare e piena di incertezze - la dinamica. I due ragazzi, inspiegabilmente data la sera settembrina ed il terreno umidiccio (aveva piovuto le sere precedenti), decidono di spogliarsi fuori dall’auto, ripiegando i vestiti sotto la vite posta a comunque 3 mt dalla vettura. Pasquale, si era già tolto il giubbotto e forse lo aveva poggiato sopra il tettuccio della vettura, altrimenti non si spiega perché gettarlo fuori dal finestrino quando poteva poggiarlo sui sedili posteriori. Come del resto, avrebbero potuto fare con i lori vestiti, senza doverli mettere all’esterno rischiando di bagnarli o rovinarli. Dato il rinvenimento di questi senza macchie di sangue, ci risulta difficile pensare che l’azione di ripiegamento di questi sia stata compiuta dall’omicida, il quale considerato i colpi inferti alla vittima femminile è possibile che si fosse quantomeno sporcato di sangue. È pertanto necessario ipotizzare la dinamica cercando di trovare una razionalità nell’azione dei giovani di uscire dall’abitacolo, spogliarsi a 3 mt dalla macchina (lei di camicia e pantaloni, lui solo dei pantaloni per poi lasciare la camicia a poca distanza da questi rientrando verso la vettura), e fare ritorno scalzi, o con le sole scarpe, dentro l’abitacolo. Riteniamo poi che vicino ai vestiti ci fosse già la borsetta della ragazza con il pullover dentro, entrambi trovati non sporchi di sangue, così anche come il reggiseno della ragazza.
Troviamo, così, i due ragazzi dentro la vettura con indosso solo i loro  indumenti intimi. Qui, reclinano il sedile passeggero, magari a portiera aperta per agevolare i movimenti (pensarla chiusa per coprirsi dal freddo stonerebbe con la loro azione precedente di spogliarsi fuori dall’abitacolo). La ragazza è sdraiata supina, mentre il ragazzo, è sopra di lei. Hanno entrambi le mutande indosso quindi la loro azione sessuale non è - anche qui - completa. Mentre i due giovani sono vicini, inizia l’assalto dell’omicida che spalanca la portiera - anche se dati i colpi al fianco sinistro del ragazzo è possibile che questa già lo fosse - e colpisce il ragazzo sparando in rapida successione tra i cinque ed i sei colpi, uno dei quali si infrange contro il finestrino lato guidatore infrangendolo. Il giovane non si accorge dell’attacco ed i colpi sparatogli in rapida successione lo ruotano sul fianco destro facendolo, presumibilmente, ricadere più vicino al sedile del guidatore in posizione fetale. Lo sparatore rivolge, quindi, l’arma contro la ragazza che, terrorizzata, inizia a dimenarsi e tenta la fuga verso l’unica direzione a lei possibile che, purtroppo, è quella dove provengono gli spari. È lì che forse l’assassino la colpisce al volto - magari col calcio della pistola (?) - provocandole la ferita nella zona temporale destra. La giovane viene così spinta sul sedile da cui aveva provato ad alzarsi e da lì, purtroppo, non si muoverà più perché l’assassino le spara tutti i colpi rimasti nel caricatore, ma è - anche qui - impacciato, impulsivo, distratto, frenetico. I colpi non la uccidono - presenta ancora indici di vitalità - allora l’omicida abbandona la pistola ed impugna il coltello che riverbera con forza sul corpo della giovane colpendola allo sterno e provocandone, lì, la morte (Elementi che fanno dedurre che i colpi d’arma bianca che ne hanno provocato la morte siano stati inferti mentre era sul sedile si riscontrano nelle evidenti e copiose macchie ematiche presenti sul sedile della giovane e la mancanza di ipostasi.)

Segue...

lunedì 16 aprile 2018

Al di là di ogni ragionevole buon senso - Tre

Segue da Adorbs due

29 settembre 2001
“La direzione è quella giusta. Alcuni tasselli stanno andando in ordine. Non so se arriveremo finalmente alla verità, perché sono passati troppi anni. Ma abbiamo chiesto rinforzi per le indagini. E con Paolo Canessa abbiamo concordato delle scadenze. L' inchiesta sul mostro dovrà essere conclusa” (La Repubblica 30 settembre 2001). Queste le ultime dichiarazioni del Procuratore di Firenze, Antonino Guttadauro, prima di lasciare l'incarico e ritirarsi in pensione.

Nello stesso giorno fu convocata, presso la Questura di Perugia, un’estetista di Foligno (PG), tale Falso Dototea, che già il 10 agosto 2000 aveva sporto denuncia contro ignoti per alcune minacce telefoniche che aveva ricevuto. Il verbale del 29 settembre riporta: “Sono più di quattordici mesi che ricevo telefonate minatorie ed offensive; sino ad oggi ho sporto una denuncia e quattro seguiti di denuncia inerenti i fatti accaduti. In sede di denuncia ho anche consegnato una lettera anonima, recante minacce di morte nei miei confronti, che trovai sopra una seggiola del giardino di casa mia. Mi hanno minacciato di dare fuoco al fienile, ed è stato fatto perché nella nottata tra il 23.02.2001 ed il 24.02.2001 il fienile è stato bruciato. Ho dovuto subire danni alla mia autovettura tipo lo squarciamento delle quattro ruote o scalfiture sulla carrozzeria; tutti questi atti, peraltro annunciati dalle telefonate anonime, mi hanno portato ad uno stato di stress nervoso molto alto, soprattutto da quando hanno iniziato a minacciare di morte anche mio figlio che adesso ha tre anni.
Delle telefonate ricevute posso fornire due cassette audio da me registrate per dimostrare che quanto dichiarato corrisponde a realtà e dichiaro sin da ora di dare la mia autorizzazione a richiedere ed acquisire i tabulati delle telefonate in entrata sia all’utenza della mia attività sia a quella di casa. Un particolare inquietante, molto più degli altri, è quello che è capitato in data 26.06.2001; in quella giornata mio figlio Filiberto era malato e quindi rimase in casa con la baby-sitter fino alle ore 12.00 circa, e poi rimase con mia suocera, in attesa che io rientrassi a casa per poi portare il bambino dal medico. Alle ore 12.28 ricevetti una delle solite telefonate fatta da una delle solite persone che mi diceva di salutare i medici quando sarei andata a portare il bambino. Rimasi sconvolta perché era impossibile che sapessero questo particolare; sapendo che mia suocera più di tanto non mi parla, chiesi alla baby-sitter, tale Tania di chiedere se mia suocera avesse parlato con qualcuno. Il giorno dopo seppi che mio cognato, tale B. Francesco, con cui non abbiamo un buon rapporto, chiese a mia suocera, sua madre, perché il bambino si trovasse a casa e lei gli rispose che era malato e che doveva andare dal medico, chiaramente accompagnato da me. A questo punto posso affermare che del fatto specifico ne eravamo a conoscenza in poche persone: io, mio marito, Tania la baby-sitter, mia suocera, mio cognato e chiaramente, il medico con cui avevo appuntamento, presso l’ospedale.
Più volte questi due uomini e questa donna che effettuano le telefonate minatorie hanno dimostrato di conoscere bene le abitudini della mia famiglia, i nostri spostamenti, sia che siano per motivi personali che per motivi professionali.
 Voglio fare presente che su diverse telefonate hanno fatto riferimento a Pacciani e che io farò la sua stessa fine; hanno specificato che loro hanno ucciso Pacciani perché aveva tradito la confraternita degli adepti di Satana. Infatti spesso e volentieri hanno fatto riferimento alle messe sataniche ed al fatto che vogliono sacrificare mio figlio in onore di satana perché il malvagio tornerà a governare in terra; su una telefonata in particolare hanno fatto riferimento anche alla messa nera che avevano fatto a Sassovivo e che era stata interrotta per il sopravvenire di problemi. In altre telefonate hanno anche detto che quando verrà il grande maestro da Firenze avrebbero organizzato un festino per divertirsi prima con me, credo facendo riferimento ad eventuali violenze carnali, e poi per tagliarmi la testa e seppellirla a Firenze accanto a Pacciani.
Per tutto il resto mi rimetto a quanto già dichiarato nelle altre denunce, specificando che continuerò a registrare altre cassette delle telefonate che mi giungeranno.”

Il primo ottobre 2001, il capo della squadra mobile di Perugia, dr Piero Angeloni, trasmise al Sostituto procuratore dr Giuliano Mignini, una nota riepilogativa dei fatti allegando una richiesta di autorizzazione all’intercettazione per le utenze telefoniche intestate alla sig.ra Dorotea Falso.

1 ottobre 2001
Il dirigente della squadra mobile, dr Michele Giuttari, convocò negli uffici della Questura Francesco Cellai, di professione guardiacaccia che, assieme al collega Gianni Zoppi, il 10 settembre 1985 aveva fatto verbalizzare, presso il commissariato di polizia di Sesto Fiorentino, alcune dichiarazioni in merito ai due ragazzi uccisi a Scopeti. Francesco Cellai riferì d’aver visto i due francesi il 4 settembre 1985, intorno alle ore 7:00, a Sesto Fiorentino, in via Carmignanello, in uno spiazzo dove avevano montato una canadese e parcheggiato la loro Golf bianca con targa francese. Vigendo in quella zona il divieto di campeggio, il guardiacaccia aveva fatto allontanare i due ragazzi. Di questa circostanza riferì anche un altro guardiacaccia, Andrea Ceri, che interrogato raccontò d’aver saputo dal collega Gianni Zoppi dei francesi accampati a Sesto Fiorentino e di aver notato nei giorni precedenti in quella zona dei frangifuoco realizzati con pietre di medie e piccole dimensioni incastrate tra loro. Tornato sul posto dopo il delitto di Scopeti trovò, accanto ai cerchi di pietra, una cartuccia calibro 22 con l’H impressa sul fondello che consegnò agli agenti di polizia. Scattò anche delle foto che mostrò a un’esperta di esoterismo, che dichiarò trattarsi di evidenti tracce di riti esoterici.
A quel che si legge nel libro “Delitto degli Scopeti. Giustizia mancata" (Ibiskos Ulivieri 2012), dell’avvocato Vieri Adriani, (legale di parte civile di alcuni familiari della coppia francese uccisa a Scopeti) e Francesco Cappelletti, il giorno 4 settembre, Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili si trovavano a Binasco (MI) ed erano ancora decisamente distanti dalla Toscana e dalla provincia fiorentina, lo provano incontrovertibilmente gli scontrini autostradali rinvenuti nell’auto dei due ragazzi francesi.

6 Ottobre 2001
“Pacciani è innocente, arrestate Xxxxx”, questa la scritta apparsa sulla facciata di un palazzo in Via dei Serragli 157, a Firenze. Gli investigatori dovettero ritenerla interessante, comunque utile, se coinvolsero gli ingegneri dell'opificio delle pietre dure per far rimuovere il tratto di intonaco incriminato per poi sequestrarlo.
Segue...